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Canone Rai: è una prestazione tributaria per la Cassazione
  È il giudice tributario a decidere il fermo dei beni di chi non lo paga
   
 
 
  Il canone Rai è una «prestazione tributaria» a tutti gli effetti. La questione di giurisdizione fa annullare la decisione di merito: aveva dato ragione a un cittadino che, non possedendo un televisore, si era rifiutato di pagare il canone stesso. A decidere sul fermo amministrativo dei beni dei cittadini che non lo pagano è il giudice tributario e non quello di pace. Gli spettatori devono pagare pur non avendo mai sottoscritto un contratto con la Rai. Lo si evince da una sentenza delle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, la n. 24010/07 del 20 novembre scorso. La sentenza ha accolto un ricorso della Rai e rimesso agli atti alla commissione tributaria di Treviso. «È fuori di dubbio che oggetto del giudizio sia la debenza (contestata dal contribuente) del canone di abbonamento radiotelevisivo: quest'ultimo non trova la sua ragione nell'esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente, da un lato, e l'Ente - la Rai, appunto - che gestisce il servizio pubblico radiotelevisivo, ma si tratta di una prestazione tributaria, fondata sulla legge, non commisurata alla possibilità effettiva di usufruire del servizio in oggetto». Inoltre: «Essendo il canone un'entrata tributaria, la giurisdizione sulla debenza del canone di abbonamento radiotelevisivo spetta al giudice tributario ai sensi dell'art. 2 del decreto legislativo 546 del 1992». Sarà ora la Commissione provinciale tributaria di Treviso a intervenire sul caso.
   
 
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